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Smarriti.
I miei pensieri sparsi nel taccuino cencioso che mi sono portata dietro durante l'ultimo viaggio in Sicilia, qui da Saverio e Renate, dal 29 aprile al 03 maggio.
Parole scrostate dalle pagine come intonaco screpolato dal muro.
Ve le riappiccico qui.

Scrosta e incolla, salva con nome.

29 aprile, ore 18.30. Cinisi, mentre attendo di noleggiare l'automobile.

E' l'ora di punta del tuo smarrimento, ti vedo.
Dormiremo vicini per qualche giorno.
Strano, vero?
Le ore del giorno se le riempi tutte di vita diventano insopportabili dopo un pò, anche tu diventi insopportabile, terribile.
Siamo vicini dalle 10:00 circa di stamattina!
Ma ... verrà la notte e ci riconosceremo, ci riappacificheremo...
Io e te presentiamo dei segni di riconoscimento; tutti e due sbagliati, percossi e pressati nello spazio delle nostre meningi.
Come vorrei farti una carezza!



30 aprile, ore 06:30 circa, dalla veranda di casa di Renate e Saverio, Contrada Agareni, Menfi.
Siamo venuti qui da Saverio e Renate per rallentare, per ascoltare, per mettere in luce le nostre fragilità, per fare spazio all'incertezza, all'imprevisto, al tempo vuoto, al tempo pieno, Per dare valore alle storie che i nostri amici ci raccontano ogni volta. Ma quante persone conoscono! Quanto mondo! Quanto possiamo fare insieme!
Il gallo del vicino canta da un pò... sarà mezz'ora già! Mi ricorda perchè sono venuta: per osservare te che cresci, e per osservare me che invecchio!
Tutta questa attenzione, forse, mi provocherà qualche svenimento... come la volta precedente. Spero di no.
Sono pronta...sento voci...e odore di caffè!
Vado...:"buongiorno! Oggi che facciamo?"

30 aprile, prima di andare a letto.



Rintracciare schegge.
Oggi ho rintracciato pezzi che si erano allontanati da me.
Selce, quarzite, ossidiana, osso.
Conchiglie, Pettini.
Terracotte.

Mentre raspavo la terra a testa bassa alle Montagnole, le braccia lunghe, le gambe tese, il sole sulla nuca, andavo in giro nel tempo a ritroso con queste piccole cose rinchiuse nel palmo della mano.


Io vengo da un temporale, ma voi, sicani, elimi, da che venite? Da una conchiglia?
Dall'acqua sempre veniamo.

L'acqua è un abitacolo.
Saverio ragiona sempre intorno all'acqua.
E' la sua bussola.
E secondo me Renate è la custodia della sua bussola anche se ai distratti sembra il contrario.

L'acqua, la vita, gli piovono dentro la testa, e scorrono sul viso, anche quando tutto il resto parla di siccità.

La parola di oggi è OFFICINA.
Il bottino di oggi è composto da strumenti litici abbozzati e schegge di pietra.

Quello che ho visto io oggi non sono le stesse cose che vedono gli altri.



Il capitello incompleto nei pressi delle cave di Cusa, per esempio, non lo vedrai mai se non ti metti a testa in giù.
Quest'autostrada è un muro pieno di felicità.
Oggi se fossi stata capace di catturare immagini con una videocamera...avrei preso una scena da oscar.
Persi sulla strada per il capitello.
Renate, la custodia, la custode, avamposto in avanti.
Lei ferma un'auto.
Nell'auto c'è l'unica persona che poteva passare in quel posto in quel momento: Tramontana, l'anarchico Tramontana.
Lezione di anarchia numero X: corri e grida dietro a chi fugge, o anche a chi corre, cercando di raggiungerlo senza alcuna intenzione ostile, non per afferrarlo, arrestarlo o superarlo ma per chiedergli se siamo sulla strada giusta, se al ritorno ci sale in macchina che dobbiamo venire a fargli visita.

Giosu al vivaio dell'anarchico Tramontana, più tardi, è felice.
Sull'orecchio mi dice: mi piacciono le persone così. Belle 'gnoranti ( che in perugino vuol dire genuine, nude e crude e così sia). Le stimo.

Io ho pensato: Amen.
Questa è la mia preghiera laica per stasera. Chiudo la luce, dalla veranda vi saluto. Domani è il primo maggio.

1 maggio, dal Sasso di Barbato. Portella della Ginestra.

Sto scoppiando.
Non ce la faccio più, esplodo. Piango, non importa. Mi lascio andare.
Io me lo sentivo e ai miei amici lo ho preannunciato. Quando siamo arrivati qui, guidavo io, ho parcheggiato un pò distante, e ho sentito. Ho sentito che sarebbe successo.
Mi è venuta addosso l'energia di questo luogo appena sono uscita fuori dalla gabbia di Faraday della macchina.
Un fulmine.
Lo ho lasciato attraversare longitudinalmente il mio corpo. Vanno le emozioni. Vanno in circolo e completano i buchi delle cose che mi mancano.
Ha parlato Serafino Petta, testimone oculare della strage.
Sta parlando Macaluso.
Non ci vedo più...è tutto sfocato, chiudo il quaderno, mi si annebbia la vista, ma mi si schiarisce il cervello, sempre più. Vado.



1 maggio, sera, aspetto di farmi una doccia. Giosuè occupa il bagno.



Un pò di medianità ce l'ho anche io. Non proprio un sesto senso...che comunque oggi ho molto esercitato.
A Piana degli Albanesi c'ero stata anche se non c'ero stata.
A casa di Franca e Antonino c'ero stata anche se c'ero stata, ma non proprio lì.
In qualsiasi luogo mi pare che posso esserci già stata, in una qualche forma.
Sto impazzendo forse.
Mi sento bene, però.
Antonino ci ha portati a vedere un altare di pane dentro una casa di cura per anziani a Vita. Io riconoscevo i luoghi come da dentro un romanzo. Come se stessi scrivendo una sceneggiatura.
Intuizione e percezione, ho i sensi allargati.

Il totalmente inatteso non mi spetta più.
Eppure io non mollo.


2 maggio, ore 23,30 circa. Sto per chiudere la luce.



Per rami e tronchi.
Calce spenta.
Poltiglia tamponata col rame

La calce è spenta
la vita e viva.
Aggiungici l'acqua.

Idratiamo
bellissimi port de bras
con latte di calce.
E' una danza delle api
sopra le teste.

Domani partiamo. Arrivederci.















Per l'eccesso e per la mancanza un solo movimento del collo: teso in avanti a indicare interesse, curiosità, positività, ricerca, fiducia.
Fiducia di trovare, fiducia di guarire.
Sì, perché compensare una mancanza o un eccesso non è forse guarire?
Mettersi in viaggio è un processo di guarigione e io i miei viaggi a Menfi, qui alla casa laboratorio di Saverio e Renate, li faccio per tendere il collo in avanti e proseguire la mia ricerca.
Ma questa volta è proprio il caso di dire che non stavo nella pelle; non stavo solo nella mia pelle, nelle mie vertebre e sulle mie gambe, ma un po' anche in quelle di uno dei miei figli, il più grande, che mi ha accompagnato.
Io sono quella che sono...ma lui è di più...un albero piantato vicino ad un incendio.
Eccesso e mancanza.
Mi ci sono messa accanto in questi giorni appena trascorsi senza vedere in questo niente; niente di ordinario.
La mia solita fatica.
Mi stupisco io stessa del poco e del tanto di me che è restato in lui.
Arriverà un racconto e si chiamerà Oggetti Smarriti.



La prima volta che sono arrivate, così appaiate, nella mia vita queste due parole, alberi&albere, avrò avuto poco più di trent'anni, avevo recentemente partorito per la seconda volta e mi trovavo a piedi nudi, piantata sul pavimento della saletta-attività dello studio di Elisabetta Forghieri in Piazza Alfani a Perugia.
Partecipavo al mio primo laboratorio espressivo integrato di danza-movimento-terapia e cercavo di riappropriarmi delle mie radici e di fare pace con la mia chioma.
Oggi, a distanza di più di dieci anni, alberi e albere tornano potentemente sulla mia strada con tutto un portato cognitivo e simbolico diverso!

Sono gli alberi nel giardino di Saverio e Renate e sono le albere, fra gli alberi, Antonietta e Giacomina, contadine modernissime libere e forti che aiutano quotidianamente i miei amici nella conduzione dell'impresa.



Da tempo, oramai, ho avviato una faticosa e intransigente ricerca di un'altra idea di sacro.
Sto a tribbolà nbel pò, per dirla nel mio dialetto.
Ogni tanto, però, una ierofania arriva per fortuna!
Eccola, ci risiamo!
Eccolo quest'altro sacro che si incarna nella materialità della vita, davanti ai miei occhi!
Eccole, le sorelle Graffeo. Imparo a chiamarle così, come fanno gli altri del posto.
La sacralità di Antonietta e Giacomina è abbagliante; giorno per giorno mi folgora sempre di più.
Loro vengono semplicemente ad aiutare nella raccolta delle olive, ma innescano in chi le riceve una sorta di effetto doppler!
Io le ho percepite a frequenza doppia e l'acutezza con cui mi sono arrivati i loro insegnamenti è risultata di molti gradi superiore rispetto al valore originario.
Dopo una giornata con loro non mi sentivo più certa di niente, manco di come si butta giù la pasta!
Nella sfera delle nostre albere gravitano infiniti concreti saperi.
Daniela Pellegrini la chiamerebbe La Materia Sapiente del Relativo Plurale.

Giocando invece con i versi di Sandro Penna, e ieri sera in osteria Marina Biasi ce lo ha fatto fare con gusto, potrei dire di Antonietta e Giacomina che...
La luce di cui ardono è tutta loro!
Amano ogni cosa del mondo anche se non ce l'hanno e sono felici, felici di essere diverse.
Non si vergognano di mostrarlo!
Quando scendono in campagna, immobile è la natura rispetto a loro. Come è bello seguirle!
Ma non si danno arie, no, portano in volto e nei modi una giusta fierezza.
Dopo averti spiegato e rispiegato, rimandano a te la decisione finale, la scelta.
Oh ma non scambiatele per timide!
Hanno solo un'aria e un'interiorità gentile.
Dialogano di apparenti piccole faccende domestiche o del lavoro agricolo nei campi, ma in realtà, se le ascolti con tutti i cervelli, ti indicano con semplicità cosa significhi non accaparrare risorse, come conservare le ricchezze naturali della terra, come farle circolare e condividere.
Hanno consapevolezza della attuale devastazione ambientale, della sottovalutazione del lavoro delle persone, della scelleratezza nell'abuso di potere.

Le osservo mentre si muovono nel loro ambiente familiare; Saverio e Renate mi conducono in questi giorni anche nella loro casa.
Sono sempre più impressionata.
Un altro fatto enorme che mi colpisce è vederle agire nel loro scenario, in termini di cura, nutrimento, maternità; tutti temi forti che a me non danno pace!
tanto per iniziare, nel loro femminile plurale, Antonietta e Giacomina sono una madre e una non-madre e questo già mi conforta, già me le rende completamente indifferenti alla retorica della maternità!
Poi, se mi metto meglio ad osservare, non vedo relazioni di dominio in questo menage fra Antonietta, Giacomina, Salvatore e Giuseppe, abitanti della casa. Ah sì, non escludo che siano esperte anche di trasmissioni televisive!
Non è che abbiamo sostituito i poteri! Non è come dicevo all'inizio, una polarizzazione semplicistica matriarcato vs patriarcato. Sono un sistema complesso, stupendamente complessi e complicati!

Giuseppe, per esempio, è il figlio di Antonietta e Salvatore, è una uomo di circa 40 anni e sa sostenere l'apnea del silenzio con biologica naturalezza!
Sarà che vive fra le sue Albere matriarcali, sarà che c'ha i fatti suoi, ma uno che tacendo si mette così pienamente a nudo, facendo fluire fuori tutto un groviglio di emozioni, io raramente l'ho incontrato prima!
Non me ne volere Giuseppe, non vi arrabbiate tutti se ho dato una sbirciatina nelle vostre stanze intime, se mi sono presa delle libertà di espressione con la penna, se ho travisato le cose, le persone, i paesaggi!
Ma per me, queste e solo queste, sono le schiette verità di cui mi ha fatto bene raccontare dopo questo viaggio in Sicilia!
Alla prossima!





Voglio raccontare di come e quando, in questi miei giorni a Menfi, mi sono lasciata attraversare dalla narrazione del mito, dalla storia di Dedalo, Cocalo e Minosse.
Il racconto prende vita dal luogo più improbabile di questa casa-officina di Agareni in cui ho trascorso solo tre giorni: il garage.
Un vero deposito di opere inedite, invenzioni, suggestioni.
La personale frantumaglia di Saverio, il suo laboratorio di idee, il magazzino delle fatiche, la bottega dell'architetto-artigiano dall'ingegno multiforme.
Saverio, una mattina, è entrato in garage a fare i suoi ripescaggi nella memoria; ne è uscito fuori con delle cose piccolissime, minimalia.

Microreperti, ritrovamenti, indizi, mosche che le aquile non vogliono catturare, ma che hanno un valore grande per noi che viviamo nel nostro regime de minimis.
Pepite di contezza.
Saverio mi mostra selci, punte, ossidiane, ossi, calchi, fossili.
Aspetta Saverio, mi serve il diario, per non perdere tutta questa pienezza particolereggiata!
Nel taccuino riporto la data: primo ottobre 2018.
Saverio canta le vicende del mito, dà voce al nascere del pensiero dell'uomo e anche al suo pensiero.
Io faccio spazio, svuoto la misura per far entrare la fiaba delle fiabe, il prodotto più luminoso della fantasia dell'uomo.
Scribacchio.

E ora che rileggo, lo vedo, è vero, Saverio ragazzo calmo, in fondo alla via di Inico a Menfi un giorno di quasi quaranta anni fa.
Calmo, in piedi, verticale, paro al palo della segnaletica stradale che riporta il toponimo Inico.
Le sento frullare nella sua testa, le seguenti domande
- E perchè Inico?
- E se Inico è, allora Camico dov'è?
Inico e Camico sono città nel mito attigue, l'una accanto all'altra.
Ancora le si cercano quì in questa parte della Sicilia, in queste terre bambine.
Bambine bellissime sotto le croste, sotto i capelli scarmigliati, nei loro cenci sbrindellati (cit. D. Dolci).
Camico è la città di Cocalo, re dei Sicani.
A Camico, Cocalo offre ospitalità a Dedalo dopo la sua fuga alata dal labirinto di Creta.
Dedalo e Cocalo fanno un patto in pieno spirito di liberalità.
Protezione in cambio di conoscenza.
Protezione offerta da Cocalo a Dedalo per difendersi da Minosse, che intanto furioso era già partito alla volta della Sicilia deciso a riprendersi il suo prigioniero.
Conoscenza dell'arte del costruire offerta da Dedalo a Cocalo che aveva bisogno di proteggere le sue ricchezze, di rinchiuderle in una fortezza difendibile.
Anche Saverio, ragazzo calmo di Menfi, aveva un bisogno, voleva darsi delle risposte.
-Quali potevano essere tutte queste ricchezze primitive?
- Perchè i Sicani arrivarono proprio in questa valle?
- Dove le nostre terre-bambine potevano offrire sopravvivenza e condizioni favorevoli alla vita?
Saverio indaga, lui ha degli strumenti sconvolgenti, scrorticanti... le sue mani intelligenti.
Rivolta la terra, cerca, trova.
Fiuta la vita sotto tremila anni di strati di terra, vita che ancora si muove.
Acqua, calore, terre ubertose.
Cave, villaggi, insediamenti prepianificati.
Così le indagini libere di Saverio si concludono con un interessante ritrovamento,  un sito che poteva assomigliare alla città con la sua cinta muraria al cui interno trovavano spazio delle capanne dotate di fondamenta e una necropoli.
Segni della migrazione di popoli provenienti dal Medio Oriente alla ricerca di migliori condizioni di vita, alla ricerca di terre fertili, di acqua.


Anche la risoluzione della vicenda fra Dedalo Cocalo e Minosse ha a che vedere con l'acqua.
Le figlie di Cocalo uccideranno Minosse soffocandolo con acqua bollente. Del passaggio di Minosse in Sicilia resta la fondazione di Minoa, l'attuale Eraclea Minoa sulla costa del mare.
Insomma sempre l'acqua, in tutte le sue forme: mare, fiume, lago, sorgente, fonte! Un archetipo fondativo della coscienza collettiva degli uomini.

Ma il mondo archetipico, si sa, è eterno e l'elemento acqua permea anche la storia recente di questi luoghi.
L'acqua è democrazia, l'acqua è pace.
Penso agli anni 50 e 60 dello scorso secolo, ai digiuni di Danilo Dolci per la costruzione della diga sullo Jato e sul Belice.
Penso al lavoro fatto con contadini e pescatori per la presa di coscienza dei propri diritti.
Penso alle assemblee, le marce, gli scioperi, le scritte sui muri.
La volontà di uscire dal fatalismo ed entrare nella pianificazione del benessere di tutti.
Voler sapere, voler capire.
Avere il coraggio di chiarire.
Impegnarsi per il cambiamento.
Saper sperimentare e muovere nuovi fronti.
Non vendersi, anzi darsi da fare per puro spirito di liberalità.
Liberalità, sostantivo femminile, strepitoso.
Virtù che si concreta nell'offerta spontanea dei propri mezzi a vantaggio del prossimo e della comunità.
Così parlando di questi capitoli, in questi giorni, del progetto stesso di continuare il lavoro nei campi, di coltivare la terra, rientra in gioco Renate, una maestra indiscussa di liberalità e partecipazione.
Renate è Pandora al contrario.
Lei scoperchia il vaso e semina i beni del mondo, che restino fra i mortali.
Renate sta sul campo, rimane laica e ara la terra perchè porti buoni frutti.
E se so vergare, quel poco, anche io, è perchè me lo ha insegnato proprio lei. Tutto torna.





Prima della partenza per la Sicilia, in valigia ho infilato solo tre libri, tanto sapevo ne avrei fatto il pieno durante il viaggio.
Le ultime righe che ho letto prima di immergermi nel paesaggio emozionale di Menfi appartengono ad uno di questi e nella fattispecie all'ultimo libro di Michela Murgia, L'inferno è una buona memoria.
La frase dice più o meno così:"la religione degli uomini preti confligge con quella delle donne sacerdotesse, è il modo stesso in cui si immagina la divinità a disegnare mondi diversi per uomini e donne e sono mondi in apparenza inconciliabili".
Sacerdotesse, donne coi poteri ma nessun potere. Così mi sono portata in viaggio nel fondo di me Morgana, Viviana, Igraine e Morgause e sono piombata nel fondo della contrada Agareni a Menfi.

 Ora qui le sacerdotesse hanno altri nomi, ma ci sono e ci sono sempre state.
Morgana per esempio viveva in un Castello di cristallo in fondo al mare tra l’Etna e lo  Stretto di Messina. Di tanto in tanto, però lasciava la sua trasparente dimora e saliva in alto, verso il cielo e da qui, lanciava in mare una manciata di sassi che a contatto con la superficie dell’acqua la trasformavano in cristallo.
Ed io, io Sonia, che magie so fare quando voglio?
Io possiedo la magia del trovare. Trovare cose, cuose. Sassi per lo più, ma non solo.
La cosa che trovo la serro nella mano, la lucido facendola rotolare nel palmo, la conservo in grembo, nelle tasche e poi la mostro, riscaldata, a chi immagino la saprà apprezzare.
L'ho fatto anche in questi giorni con Saverio, raccolto e mostrato vari sassi.

Una cuosa, un sasso, un pezzo di mondo che mi porto in tasca!
C'ho i poteri anche io!
Poi le tasche le svuoto in piatti, scatole, cestini...riempio la casa di cianfrusaglie.
Cianfrusaglie bellissime che sono le cose che io sono.
La mia attrazione per le cose ha avuto in questi giorni una soddisfazione pienissima martedì pomeriggio a Burgio quando Renate e Saverio mi hanno fatto conoscere Vito.
Vito Masi artista...cercatore di cose e di cause.
All'arrivo mi è parso di entrare semplicemente in una casa, ma la casa dopo 5 minuti mi aveva già divorato l'anima.
Vito vive fra una moltitudine di cose, va dentro le cose per apprendere le proprietà della materia di cui sono fatte.
Vito conosce.
Per conoscere dalle cose occorre esperire facendo; Vito fa.
Vito pasticcia la materia, manipola le cuose e ri-scopre le cause dell'Universo ogni volta.
Ogni cosa racconta.
La storia di Vito è archeologicamente stratificata all'interno del suo laboratorio, metterci piede mi è sembrato fin troppo intimo, ma ho avuto il privilegio di farlo e mi sembra di conoscerlo da sempre. Saverio e Vito sono davvero compagni da una vita e si vede.

La miriade di materiali presenti è un invito irresistibile a fare! Vorrei plasmare, modellare, incidere pietra, marmo, granito, pietre preziose, metalli, legno, carta, cuoio, cemento, gesso, plastilina e verniciarvi addosso tutto questo (espressione anche questa donatami stamattina)! Poi mi ricordo che da sola non so neanche tagliare una mela e che 50 km di strada di campagna in macchina di notte mi fanno vomitare anche gli occhi! Ecco, io come maga, dovrei rafforzarmi e raffinarmi. Lo farò! Vito, tornerò, magari con una delle mie figlie, un'altra sacerdotessa, Olivia che oltre al cervello fino ha anche le mani d'oro! Visto che, per tornare all'incipit di questo racconto, per essere femministe bisogna essere almeno in due!
















"Piacere signora, è venuta a travagliare?"
Questo quanto, più o meno, ho potuto cogliere dal saluto di Salvatore al mio arrivo a casa di Saverio e Renate domenica sera tardi; tardi per me per essere più lucida e distinguere meglio le parole. In fondo in fondo saranno state le 21.00 ma io non capivo già più un cazzo.
Di Salvatore mi ero creata un immaginario ben dettagliato a partire dai racconti espressionistici di Renate.
Mi aspettavo un sacerdote del lavoro dei campi, l'officiante della raccolta delle olive, il ministro del culto.
Ora ce l'avevo davanti e dentro di me quel sacro terrore verso il celebrante non si placava.
Già c'avevo l'ansia prima di partire, ansia di poter apparire del tutto inadeguata a travagliare nei campi. Io che sembro sempre una ragazzina, io che peso meno del vento e che sono vestita come una borghese.
Io che potevo vantare al più qualche giornata da "fiola" a Montemalbe "arcoglie coi mi nonni" e qualche giornata trenta anni dopo "a fa casino coi mi fioli intorno ai piantoni degli olivi del mi babbo".
Come avrei fatto?
Ma io sono una mente assorbente e assorbirò anche dalla cena che sta per iniziare, mi dicevo, una sorta di cambio della guarda fra Elisabeth e me; chi parte e chi arriva in questa casa senza porte , senza portali, senza appartenenze e barriere.
Salvatore a capo tavola, ovviamente.
Non racconterò la cena, ci vorrebbe un romanzo a parte.
Racconterò come mi si è trasfigurato Salvatore e come la mattina successiva ho potuto rispecchiarlo.
Uno che non riesce a stare seduto su una sedia per troppo tempo, un corpo rotto, dritto su una scala a raccogliere anche per 8 ore, però.
Uno che non mangia artefatti culinari del tipo la besciamella, una sofisticazione pericolosa.
Uno che beve solo vino fatto in casa dal contadino e diffida dalle etichette anche se provengono dalla cantina sociale che per farla nascere ci sono volute le rivoluzioni dei padri e delle madri.
Dunque non so dirvi se mi sentivo meglio o peggio.
Però le 6.30 sono arrivate presto.

Non sarà stato un caso se l'ingresso nel campo l'ho fatto dietro a Salvatore che, pochi passi davanti a me, manco s'è accorto che c'ero; ma io già lo copiavo.
Copiavo come camminava, dove metteva i piedi, come li metteva.
Copiavo dove teneva le mani.
Saverio aveva già dato il via alla coreografia.
Sul palcoscenico eravamo tutti.
E io copiavo.
La mia maestra di danza, Monica Santucci, dice che la danza è emulazione. I bambini apprendono copiando, copiando la maestra, copiandosi fra di loro.
Una illuminazione.
Esco dal tempio delle mie meningi e entro nel tempio del mio corpo, del gesto.
E modestamente questo lo so fare!

Approccio l'olivo come un partner, attacco la danza della raccolta.
Le fronde sono braccia che accarezzo, un pò energicamente.
Sfioro, sfrego, liscio.
Strappo, carpisco.
Rastrello, pettino, raccapezzo.
Raccolgo i frutti, prendo vantaggio, approfitto.
Rispecchio le posture di Salvatore e di tutti gli altri e le altre presenti.
E ste olive vengono via che è un piacere!
E quando cadono dentro alla canestrina suonano. Battono. Un canto di tamburo.
Ho il ritmo, ho il gesto, ho la compagnia. Sono a casa.
Posso allontanarmi anche dalla vista di Salvatore, posso osare un assolo con un ballerino-alberino di Biancolilla che me lo faccio tutto da sola!
Signore e signori, la raccolta delle olive non è più un rito che mi spaventa, ma un teatro che mi chiama.
Salvatore non è un ministro, ma un maestro.
Uno che sa come vivere con gli altri senza essere né servo né padrone!



Una drupa è un frutto carnoso contenente un solo seme osseo.
Siamo a cena, è mercoledì, domani me ne devo andare.
E' piovuto oggi, si sono potute raccogliere le olive solo per qualche ora di mattina, ma sulla tavola abbiamo già la prima spremitura dell'anno 2018.

Ogni spazio è una fucina, ogni parola, che ho ascoltato in questi giorni, un nutrimento.
Saverio e i "parenti" mi hanno regalato mille parole da mangiare!
Drupa è la più bella ed è arrivata soltanto alla fine!
L'oliva è una tipica drupa.
E nella polpa carnosa, succosa dell'oliva finiscono tutte le storie del mondo e tutte le storie che ho ascoltato in questi giorni, tutti i colori, compresi i grigi argillosi che ci sono pure in Sicilia e anche i dispiaceri e i dubbi di Renate, che conosco da troppo tempo per vederla sempre solo come un giullare o una sciamana. Piange e si intristisce anche lei!
Tutto è digerito lì dentro e estratto a freddo, anche oggi.
Penso: non può essere il fattore di acidità, la concentrazione di acido oleico, o il contenuto in polifenoli il solo o il principale indicatore di qualità di un olio. C'è dell'altro!
Sulla tavola, accanto al cavolo e alla bottiglia dell'olio abbiamo piazzato l'iphone di Renate, c'è Antonio dentro, parliamo.
Secondo me nella drupa dell'oliva ci finiscono anche le incazzature di Antonio. E le perplessità di Saverio, le mie meraviglie, le fantasie di Renate, i saperi delle nostre albere Antonietta e Giacomina, i dolori di Salvatore, i silenzi di Giuseppe e la scrupolosità di Franca.
Una per una ve lo racconterò, tutte queste storie e preistorie!



Sono passati alcuni giorni, né pochi né troppi, dalla mia breve permanenza a Menfi nella casa di Saverio e Renate.
Né pochi né troppi per domandarmi cosa resterà accampato sul foglio.
Quella famosa bava di ragno da cui potrò sviluppare la mia ragnatela di parole.
A penna libera, come mi ha invitato a fare la mia insegnante di scrittura autobiografica, Marina Biasi, nel raccontare questi giorni in Sicilia, voglio uscire da impetuose contrapposizioni, tra storie e storia, tra personale e universale, obbligo e libertà e ogni altro riduttivo polarismo, procederò per fusioni.
Accorperò le sollecitazioni, tante, che ho avuto, tutte insieme nel corpo del mio corpo e nel corpo della scrittura.
Non posso non farlo a mano.
Questa è una trascrizione digitale del mio taccuino di scrittura.

Racconto numero uno - DRUPA
Racconto numero due - TRAVAGLIARE
Racconto numero tre - CUOSE
Racconto numero quattro - INICO CAMICO COCALO
Racconto numero cinque - ALBERI E ALBERE






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